PROCRASTINAZIONE. Come il domani è diventato mai
- silvina50100
- 3 giorni fa
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Aggiornamento: 2 giorni fa

C'è una libreria che racconta anni di vita.
CD impilati in ogni direzione: verticali, orizzontali, sovrapposti. Libri amati, appoggiati lì per un momento che è diventato anni. Oggetti che si cercano con gli occhi senza trovarli subito. Lucine appese che aspettano ancora una collocazione.
È una casa bella. Calda. Vissuta.
Eppure qualcosa aspettava. Non di essere buttato, di essere curato.
Le persone che mi hanno chiamata non volevano stravolgere niente. Volevano sentirsi meglio. E ascoltandomi, si sono rese conto che oltre al vissuto, all'amore, al calore, c'era bisogno di cura. Di liberazione. Di fare spazio al momento di oggi.
Perché il nostro cervello cerca armonia. Cerca sicurezza: la sicurezza che le cose non cadano, che si trovino quando le si cerca, che si possano prendere senza dover prima spostare tutto il resto. Quando questa armonia manca, il cervello lavora di più, si affatica, rimane teso, in allerta. Anche senza che ce ne accorgiamo.
Gli accumuli sono ristagni di energia. Lo dicono le neuroscienze, lo dice il corpo. Ogni cosa che occupa spazio senza intenzione, ogni decisione rimasta in sospeso, occupa attenzione inconscia. Il cervello li registra tutti. Li porta con sé.
Ma allora perché non lo facciamo?
Perché la procrastinazione non è pigrizia. Non è mancanza di tempo: quella è solo la scusa più comoda.
È paura.
Paura di affrontare, di scegliere, di perdere qualcosa. Ogni oggetto che non riusciamo a lasciare andare porta con sé una storia, un legame, una versione di noi che è esistita. Toccarla significa doverla guardare in faccia. Decidere cosa portare avanti e cosa lasciare indietro.
Ed è faticoso. Per questo si rimanda.
"Non ho tempo." "Lo faccio nel weekend." "Aspetto di avere le idee più chiare."
Le idee più chiare arrivano dopo, non prima. Sempre.
Quello che succede quando si comincia, anche da un solo scaffale, anche da una sola pila di CD, è difficile da spiegare finché non lo si vive.
Il corpo si alleggerisce. La mente respira. Lo spazio torna a parlare al presente, non al passato.
E spesso, proprio in quel momento, si vedono le cose con occhi nuovi. Ci si accorge di quali sono le piccole modifiche da fare: aggiungere una mensola a misura degli oggetti che deve contenere, ricavare spazio da un'altra parte per quello che si vuole tenere, trovare la collocazione più adatta allo scopo. Non serve stravolgere tutto: basta ascoltare lo spazio e rispondere con intelligenza.
E nel vuoto che si crea, c'è posto per qualcosa di nuovo. Un quadro, un oggetto scelto con cura, una pianta che porta vita. Il vuoto non è mancanza: è possibilità.
Non si tratta di perdere qualcosa. Si tratta di scegliere cosa tenere davvero: con consapevolezza, con cura, con intenzione.
Prendersi cura della casa non è un atto estetico.
È prendersi cura di sé. E di chi si ama.
Perché lo spazio che abitiamo racconta la cura che ci dedichiamo: a noi stessi, agli altri, alla vita che stiamo costruendo adesso. Non quella di anni fa.
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