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TOCCARE Il linguaggio profondo tra noi e gli spazi


Si chiama Bruno. È un orsacchiotto grande, morbido, con il pelo sintetico che invita ad essere abbracciato. Sta sul divano del mio studio, per godere della sua morbidezza.

Le persone che entrano si sentono accolte, sorridono, lo toccano e lo fotografano.

Quando ero molto piccola mia nonna mi fece una mini copertina di lana che aveva ai bordi del raso rosso. La chiamavo Ina. La cercavo con le dita nei momenti di stanchezza, di paura, di sonno. Mi tranquillizzava. La portavo dappertutto.


Il tatto è il primo senso che sviluppiamo. Già nell'utero, intorno all'ottava settimana di gestazione, il feto inizia a esplorare il mondo attraverso il tatto. Prima ancora di vedere, di sentire, di parlare, tocca.

È il modo in cui impariamo che esistiamo. Che il mondo è reale. Che siamo al sicuro.

E per tutta la vita, il tatto continua a lavorare in silenzio: stimola il sistema nervoso, riduce il cortisolo, attiva l'ossitocina, l'ormone del legame, della fiducia, del calore. Non è una metafora. È fisiologia.


Ogni materiale ha un linguaggio. La lana avvolge e scalda, ha un peso che rassicura. Il velluto è lusso tattile puro: la mano che lo sfiora in un senso incontra resistenza, nell'altro si perde nella morbidezza. La pelliccia sintetica evoca calore, presenza, protezione.

Il legno è vivo anche da fermo: cambia con l'umidità, si scalda al tocco. La ceramica racconta storie antiche con le irregolarità della sua superficie. Il lino respira.

La pelle riconosce tutto questo. Ricorda. Reagisce.

Quanti ricordi sono legati a un tessuto? Quante volte ci siamo sentiti bene in un luogo senza sapere che era merito di un pavimento poroso, di una coperta di lana, di una tazza ruvida tra le mani?

Quando accompagno qualcunə nel ripensare il proprio spazio, uno degli aspetti più trascurati è sempre la scelta dei materiali. Si pensa ai colori, alla disposizione dei mobili, alla luce. Raramente si pensa a come la casa si sentirà sotto le mani, sotto i piedi.

Eppure basta poco per cambiare tutto: sostituire un tessuto sintetico con uno naturale, introdurre una superficie viva, aggiungere una coperta che invita ad essere avvolta.

Il corpo risponde. Si calma. Si radica.


Ina è un ricordo presente: la sensazione di quel raso rosso sotto le dita è ancora qui, nitida, come se il tempo non fosse passato.

Il tatto è così: non dimentica.

E gli spazi che abitiamo possono parlare questa lingua  se scegliamo di ascoltarla.


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Silvia Baracani Architettura dell'Empatia. Design del Benessere

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