L'ACQUA Ovvero: perché ho una vasca e non la toglierei mai
- silvina50100
- 1 giorno fa
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Nel mio bagno c'è una vasca. Piccola, ma abbastanza larga, essenziale. Accanto, la doccia: prima la doccia, poi la vasca. Come si fa in Giappone: ci si lava, poi ci si immerge.
Al muro c'è una carta da parati con una carpa, piante e fiori acquatici. Quadri. Piante vere: photos, tillandsia, falangio. Non è il bagno di una rivista, è il bagno che ho curato nei dettagli insieme al mio compagno, un nido quotidiano dove poter staccare: funzionale ai bisogni si, ma carico di abbondanza. E’ il luogo più progettato dell’intero appartamento.
L'acqua è il mio elemento. Non posso vivere in una casa senza vasca. L'ho capito da tempo e da allora è un po’ una crociata quella contro la moda di sostituire le vasche con le docce.
Quando lavoro con le clienti spesso arriva la richiesta di togliere la vasca. "Non la uso mai", dicono. "Spreca spazio". "Preferisco una doccia grande".
Io ascolto. Poi, quasi sempre, insisto.
Non per principio estetico. Per qualcosa di più preciso: il bagno è spesso l'unico spazio della casa dove ci si chiude a chiave. L'unico dove il tempo smette, per un momento, di essere produttivo. E la vasca, anche piccola, anche poco usata, tiene aperta quella possibilità. Dice che esiste uno spazio per stare, non solo per fare.
Toglierla significa rinunciare a qualcosa che va ben oltre i metri quadri.
Non mi immergo ogni giorno. Non è un'abitudine: è un rito. E come tutti i riti, ha il suo peso proprio perché non è automatico. Scelgo quando farlo. E quando lo faccio, è decompressione, ricarica, lasciare andare.
C'è uno strano paradosso nelle case di oggi: sempre più ottimizzate, sempre meno abitate con bagni ridotti all'osso perché "tanto ci si lava e si esce".
Il tempo per stare in una vasca calda sembra un lusso, o peggio, uno spreco. Ma il corpo sa. Sa quando è esausto. Sa quando ha bisogno di acqua calda, di vapore, di silenzio. Sa quando ha bisogno di decomprimersi.
La vasca non è un lusso. È un'infrastruttura di cura.
Immergersi nell'acqua calda è un atto antico. Quasi tutte le culture umane hanno avuto i loro riti d'acqua: le terme romane, gli hammam arabi, gli onsen giapponesi, sorgenti termali naturali dove ci si immerge non per lavarsi, ma per tornare a sé. Riti collettivi o privati, ma sempre intenzionali. Sempre scelti.
Noi li abbiamo sostituiti con la doccia veloce. Efficiente, pratica, in cinque minuti si è fuori. E poi ci chiediamo perché non riusciamo a staccare.
Il sistema ci ha convinto che ogni momento non produttivo è un momento perso. Che prendersi del tempo per stare nell'acqua è un capriccio. Ma riprendersi quel tempo — dieci minuti, venti, mezz'ora — è un atto piccolo e concreto di resistenza quotidiana.
Wabi Sabi: non serve la vasca perfetta. Serve la vasca.
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