Non ho niente da mettermiIl cambio di stagione, l'accumulo e l'abbondanza che non vediamo
Il nostro vero capodanno è settembre, un lunghissimo lunedì. Dopo l'estate sentiamo il bisogno di ricominciare: un'agenda nuova, qualche proposito, l'idea che qualcosa debba cambiare. Eppure ricominciare è sempre difficile. Le giornate si accorciano, i ritmi tornano a stringersi, e la leggerezza di agosto si allontana in fretta.
La domanda chiave è: che cosa mi sostiene, e che cosa mi trattiene?
Sono un'architetta, e il mio modo di cercare una risposta passa dagli spazi. Se li ascoltiamo, gli spazi raccontano di noi: del nostro passato, di ciò che abbiamo vissuto e scelto, e del nostro presente, di come stiamo adesso. La casa non è mai neutra. Se cominci a guardarti intorno con uno sguardo nuovo, cominci a vedere. Quello che vedi lo puoi valutare, e poi trasformare, in funzione di come ti vuoi sentire.
Un esempio: l'armadio di ottobre
Il cambio di stagione è uno dei momenti in cui questo sguardo si può esercitare quasi senza accorgersene. Ognunə lo vive a modo suo.
C'è chi lascia l'armadio così com'è e pesca quello che serve, strato dopo strato. C'è chi ha un armadio per ogni stagione e si sposta da un'anta all'altra. E c'è chi riorganizza tutto in base al periodo dell'anno: svuota, piega, ripone, ricomincia.
Ma il problema che incontro più spesso è un altro, credimi, sono anni che entro nelle case delle persone: l'accumulo.
Il paradosso dell'armadio pieno
Pensa all'armadio pieno davanti al quale diciamo "non ho niente da mettermi". Le ante si chiudono a fatica, le grucce stanno strette una contro l'altra, eppure quello che proviamo è mancanza.
Non è un capriccio. È una lettura. Quando non riusciamo più a vedere ciò che abbiamo, lo spazio smette di sembrarci ricco e comincia a sembrarci povero.
Le reazioni sono diverse. C'è chi pensa che l'armadio sia troppo piccolo, e che la soluzione sia cambiarlo o aggiungerne un altro. C'è chi comincia ad avere armadi diffusi: la sedia in camera, lo schienale di una poltrona, un ripiano che piano piano smette di essere un ripiano. Anche la grandezza dell'armadio, e il modo in cui i vestiti ne escono e si spargono per casa, è una delle chiavi che raccontano chi siamo in questo momento.
Nel lavoro di Ambient Therapy la chiamiamo abbondanza percepita. La mente legge lo spazio come un paesaggio: un ambiente troppo spoglio comunica scarsità, uno troppo carico affatica. L'equilibrio sta fra i due, e non coincide con la quantità di cose che possediamo. L'abbondanza sta nel poter vedere, e nel poter scegliere in base a chi siamo oggi. Non è una formula: cambia con il tempo, e cambia da persona a persona.
Per questo la risposta non è svuotare tutto né accettare l'accumulo, ma trasformare, riequilibrare.
Sostiene o trattiene
Il decluttering di cui parlo non comincia da un sacco da buttare o da donare. Comincia da un capo in mano, e da un momento di attenzione prima di decidere. Che cosa succede quando lo tocchi, quando lo guardi?
Poi qualche domanda, senza fretta:
a quale momento della mia vita appartiene?
mi rappresenta ancora?
per chi lo sto tenendo?
Alcune cose restano perché portano con sé una storia: un capo ereditato, un tessuto che ci ricorda da dove veniamo. Altre pesano in silenzio: vestiti comprati per una vita che non facciamo, o per una persona che pensavamo di dover diventare. Non sempre la differenza si vede al primo sguardo, ma il corpo spesso la avverte prima di noi.
Gli spazi cambiano con noi
Cambiare punto di vista, capire come lo spazio ci parla, imparare a guardare in modo nuovo: tutto questo fa parte della progettazione. Gli spazi non sono statici, riflettono le abitudini di chi li abita. Lo vivo su di me e con le persone che accompagno nella trasformazione dei loro spazi. La casa arredata dieci anni fa ha le stesse quattro mura, ma forse ha bisogno di cambiare perché nel frattempo sei cambiatə tu.
Tre gesti
Non serve rivoluzionare tutto. A volte bastano tre gesti per cominciare:
Togliere qualcosa che non senti più tuo.
Lasciare un vuoto: un ripiano libero, un punto in cui lo sguardo possa riposare.
Tenere in vista qualcosa che ti nutre: un colore che ti rimette al mondo, un tessuto che ami toccare, un oggetto bello che prima era confuso in mezzo agli altri.
Una relazione, non una pulizia
Visto così, il decluttering non è un'operazione di ordine. È un atto di relazione: con le cose, con il tempo che si portano dentro, con la persona che siamo adesso.
L'armadio e la tua casa hanno qualcosa da raccontarti. Si tratta di imparare ad ascoltarli.
Se vuoi cominciare dalla tua casa, possiamo farlo insieme. L'ora dello sblocco è una consulenza individuale di 90 minuti per leggere il tuo spazio e capire da dove partire. Scrivimi per fissare un appuntamento.
Se preferisci parlarne dal vivo, ti aspetto martedì 20 ottobre alle 18 in studio, in via del Porcellana 59 R, Firenze, per Quale oggetto ti sostiene o ti trattiene? Come si fa il decluttering empatico: un dialogo tra architettura e psicologia con la psicologa Veronica Siragusano. Informazioni e iscrizioni al 348 08 40 303 WhatsApp o Telegram.


