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INVASI Ovvero: perché non riusciamo a immaginare lo spazio che vorremmo


C'è una lampadina, in molte case che ho visitato. Non è rotta. Funziona. È lì, appesa senza paralume, messa al volo durante un trasloco o una ristrutturazione, in attesa di essere sistemata.

L'attesa dura mesi. A volte anni.

Non ci fai più caso. O meglio: ci fai caso ogni tanto, la sera, quando la luce è cruda e la stanza sembra un retropalco. O la mattina, quando la guardi e pensi: prima o poi. Poi passi ad altro.

Quella lampadina mi ha sempre detto moltissimo. Non sulla casa. Su di te.


Se guardiamo con onestà lo spazio in cui viviamo, troviamo una serie di zone che evitiamo. Non fisicamente, ci passiamo davanti ogni giorno, ma con lo sguardo. L'inconscio le percepisce, però. Le registra.

C'è lo spazio tra l'armadio e il muro, quello stretto, dove finiscono le cose che non hanno un posto preciso. Ci sono gli angoli delle stanze meno frequentate, dove si depositano oggetti in attesa di una decisione che non arriva. C'è il mobiletto del bagno: apri lo sportello e ti trovi davanti a un tetris di prodotti scaduti, campioni mai usati, tre tipi di crema per le mani di cui non ricordi l'origine. Il vecchio rasoio che devi portare all’isola ecologica.

E poi c'è “l’armadio diffuso”: i vestiti puliti appoggiati sulla sedia, quelli da lavare sul bordo del letto, i capispalla sulla maniglia della porta. Non perché siamo disordinate. Ma perché gli spazi che abitiamo non sono mai stati davvero organizzati per noi per come siamo, per come viviamo, per quello che possediamo davvero.


Siamo circondate di oggetti. Generazioni di oggetti. Eppure — e questo è il paradosso che mi colpisce ogni volta — quando si tratta di fare una scelta, ci blocchiamo. Non sappiamo che paralume comprare. Non sappiamo se tenere o lasciare andare. Non sappiamo da dove cominciare.

Non è indecisione. Non è vera mancanza di tempo. È qualcosa di più profondo.

Viviamo in una strana scissione: da un lato l'immagine di come vorremmo abitare: luminosa, leggera, ordinata, colorata, e dall'altro lo spazio reale, accumulato, appesantito, spoglio al quale ci siamo adattate così lentamente da non accorgercene più.

Questa scissione non è un difetto personale. È il risultato di anni in cui siamo state immerse in una cultura che produce oggetti più velocemente di quanto riusciamo a integrarli nella nostra vita, e che ci ha insegnato ad acquistare come atto di cura verso noi stesse, senza darci gli strumenti per abitare davvero quello che abbiamo o quello che ci serve per il momento che stiamo vivendo.


Quello che faccio con l’Ambient Therapy è  un lavoro sull'immaginario dello spazio, anche inconscio. Partire dalla lampadina non significa solo trovarle un paralume bello costoso o economico. Significa chiedersi: cosa aspettavo? Cosa  mi racconta questo angolo? Quando ho deciso, senza deciderlo, che non era possibile o non era urgente?

Perché quello spazio che eviti non è neutro. Occupa energia. Occupa attenzione inconscia. Occupa immaginario.

E l'immaginario è esattamente ciò che ci serve per cambiare.


Il filosofo Mark Fisher scriveva che oggi è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Io non sono una filosofa politica, sono un'architetta, ma quelle parole mi hanno risuonato però. Quando entro in una casa invasa di oggetti e vedo una persona che non riesce a scegliere il paralume, capisco di cosa parlava. Il sistema non ci ha solo riempito

le case. Ci ha tolto la capacità di immaginare uno spazio diverso. Ci siamo abituati ad una scarsità di immaginazione, invasa di oggetti inutili.

Riprendersi quello spazio, fisicamente, concretamente, un angolo alla volta, è un atto più radicale di quanto sembri.

La lampadina è ancora lì, in molte case. Non aspetta un elettricista. Aspetta una decisione.


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Silvia Baracani Architettura dell'Empatia. Design del Benessere

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